Originally posted by alfetta
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Su quanto dici io sono d'accordo, ovvero non si pu? crescere basandosi sulla domanda degli altri (mercantilismo) cio? quello che fa la Germania.
Da dire importiamo a manetta a dire, cerchiamo un equlibrio con i nostri partner commerciali c'? una bella differenza!
E Bagnai sta cosa la spiega molto bene:
Se abbiamo unito bene i puntini, l?agenda mi sembra sia evidente: bisogna smontare pezzo per pezzo le istituzioni partorite dai paradigmi fallimentari che hanno messo in crisi la nostra economia e soprattutto la nostra democrazia, seguendo quattro linee guida:
1) Uscire dall?euro, come affermazione di sovranit? e di democrazia, riprendendo il controllo della politica valutaria.
2) Ristabilire il principio che la Banca centrale ? uno strumento del potere esecutivo, e non un potere indipendente all?interno dello Stato.
3) Riprendere il pieno controllo della politica fiscale, non pi? costretta ad agire in funzione prociclica (cio? a rispondere alle crisi con tagli).
4) Adottare, nella misura consentita dagli atteggiamenti dei partner commerciali, e propugnare nelle sedi istituzionali, una politica di scambi con l?estero basata sul principio che squilibri persistenti della bilancia dei pagamenti, quale ne sia il segno, cio? siano essi surplus o deficit, devono essere simmetricamente combattuti, secondo il principio che abbiamo definito dell?External Compact.
Queste quattro linee guida hanno una serie d?implicazioni. Precisiamo subito le pi? importanti.
Riprendere il controllo della politica valutaria significa, in primo luogo, lasciare che il tasso di cambio nominale torni a un valore pi? allineato con i fondamentali dell?economia. Per l?Italia, oggi, ci? implica una svalutazione non catastrofica, di un ordine di grandezza verosimilmente inferiore a quello sperimentato dalla lira dopo la crisi del 1992, o dall?euro nei primi due anni della sua introduzione. In nessuno di questi due precedenti storici l?Italia ? stata devastata dall?iperinflazione. Discuteremo fra breve, razionalmente, quale sarebbe l?impatto di questo provvedimento sul nostro tenore di vita. Ma riprendere il controllo della politica valutaria significa anche rientrare in possesso di uno strumento che consenta di difendersi da shock esterni, siano essi determinati da crisi economiche, siano essi il risultato di politiche deliberate di aggressione commerciale (nelle pagine precedenti abbiamo visto esempi dell?uno e dell?altro caso).
Riprendere il controllo della politica monetaria significa:
1) Rifiutare il dogma dell?indipendenza della Banca centrale, e quindi l?art. 104 del Trattato di Maastricht, il quale al primo comma recita:
? vietata la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della BCE o da parte delle Banche centrali degli Stati membri (in appresso denominate ?Banche centrali nazionali?), a istituzioni o organi della Comunit?, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, cos? come l'acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della BCE o delle Banche centrali nazionali.
Se ci? comporti un?uscita dall?Unione, o solo una sospensione dell?applicazione del Trattato, ? materia controversa, la cui soluzione dipende comunque dall?atteggiamento delle controparti europee (ne parleremo pi? avanti). Certo, alla luce di quanto abbiamo detto finora, l?Italia, se intende difendere i valori fondanti della propria Costituzione, non pu? pi? permettersi di aderire a un progetto d?integrazione continentale fondato sul principio antidemocratico della costituzione di un ?quarto potere? monetario indipendente. L?insofferenza crescente nelle sedi internazionali verso questo principio e verso l?ideologia ad esso sottostante potrebbero consigliare atteggiamenti interlocutori alle controparti europee.
2) Rivedere la riforma bancaria del 1994, ripensando il concetto di banca ?universale? o ?mista?, di derivazione tedesca, da essa introdotto, e ristabilendo la separazione delle funzioni fra banca commerciale e banca d?affari, sancita in Italia dalla legge bancaria del 1936. Quest?ultima si ispirava al Glass-Steagall Act del 1933, che aveva riformato il sistema bancario statunitense smantellando i meccanismi che avevano fomentato la speculazione borsistica prima della crisi del 1929. Oggi numerosi commentatori (ad esempio, Stiglitz, 2012) attribuiscono all?abrogazione del Glass-Stegall Act una responsabilit? diretta nella crisi finanziaria statunitense, e nei paesi anglosassoni ? animato il dibattito sul cosiddetto ring fencing (separazione delle funzioni)[1].
3) Reintrodurre il ?vincolo di portafoglio?, cio? l?obbligo per le banche di acquistare titoli di Stato fino a una certa quota del proprio attivo. Questa norma, introdotta nel 1973, aveva lo scopo di contenere il costo del debito pubblico, favorendone il collocamento. Essa venne abrogata nel 1983, ?anche grazie all?incessante pressione di Mario Monti? (Zingales, 2012). Andreatta (1991) ricorda che il progetto complessivo di ?divorzio? prevedeva la ?costituzione di un consorzio di collocamento tra banche commerciali?, ma che ?i tempi non erano maturi per affrontare questi aspetti e la Banca d?Italia prefer? procedere solo sul nuovo regolamento della sua presenza nelle aste?. Prevalse insomma la ?linea Monti?, che, come sempre, aveva motivazioni ideali ?alte? (favorire l?efficienza allocativa del mercato), e conseguenze politiche pi? spicciole (orientare il conflitto distributivo). Vedremo che la reintroduzione di un simile vincolo viene data per scontata da tutte le proposte pi? sensate di smantellamento dell?euro, sia che provengano da economisti di sinistra come Sapir (2011b), sia da economisti espressione della comunit? finanziaria come Bootle (2012).
Riprendere il controllo della politica fiscale significa evidentemente ripudiare gli obiettivi di pareggio di bilancio e di rientro coattivo del debito verso soglie prive di particolare valore economico, come quelle stabilite dal Fiscal Compact. Ci? posto, la politica fiscale dovrebbe:
1) Nel breve periodo, stimolare l?economia attraverso una politica di piccole opere volte:
a. alla riqualificazione del patrimonio pubblico (edilizia scolastica, patrimonio artistico e archeologico, ecc.);
b. alla messa in sicurezza del territorio (viabilit? locale, monitoraggio e gestione del rischio idrogeologico, ecc.);
c. all?integrazione e riqualificazione degli organici della pubblica amministrazione, stabilizzando le posizioni precarie, normalizzando i percorsi di carriera e le procedure di reclutamento.
Queste misure devono avere come obiettivo complementare quello di rilanciare l?occupazione, riportando rapidamente il tasso di disoccupazione sotto al 6%, e riattivando il tessuto economico del paese, tramite la valorizzazione del tessuto delle piccole e medie imprese.
2) Nel medio-lungo periodo, finanziare e gestire misure che favoriscano la crescita sostenibile e la competitivit? del paese, da orientare secondo i seguenti assi prioritari:
a. Definire le linee di un piano energetico nazionale che affronti il tema del contenimento degli sprechi e dell?incentivazione delle energie rinnovabili, adeguando il paese alle best practices europee, con l?obiettivo minimo di rispettare l?obiettivo definito dalla strategia europea 20-20-20 (Parlamento Europeo, 2008), rispetto alla quale l?Italia si trova in ritardo (Deutsche Bank, 2012), e l?obiettivo strategico di ridurre la dipendenza da fonti fossili, che vincola la crescita del paese.
b. Adeguare, anche in questa ottica, gli investimenti in istruzione e ricerca al livello dei partner europei, portando la spesa in ricerca e sviluppo dall?1% al 2% del Pil, riaffermando il ruolo chiave dello Stato nell?incentivazione e nella tutela della ricerca fondamentale.
c. Recuperare il digital divide (ritardo nell?uso delle tecnologie digitali) che separa l?Italia dagli altri paesi industrializzati e ne penalizza la crescita, adeguando il paese ai requisiti dell?Agenda Digitale Europea (Unione Europea, 2012c; Messora, 2011).
d. Adeguare la dotazione infrastrutturale del paese, con particolare riguardo alle reti di trasporto locale.
e. Promuovere una riforma strutturale della Pubblica Amministrazione volta all?abbattimento dei costi della politica e della corruzione, incidendo in particolare sulla disciplina delle societ? a partecipazione pubblica (disciplina delle nomine, ripristino dei controlli di legittimit? sugli atti, ecc.), e su quella delle autonomie locali attuata con la riforma del Titolo V della Costituzione (Barra Caracciolo, 2011).
Certo, immagino le perplessit?: queste sono solo affermazioni di principio, ma poi, le difficolt? pratiche, le ritorsioni degli altri paesi, l?Italia ? piccola, la liretta, il mutuo di casa, l?iperinflazione... Giusto! Si tratta, in effetti, di affermazioni di principio, che devono essere precisate nel contenuto (ma questo ? un compito politico, e questo non ? un programma elettorale), e, soprattutto, che lasciano indietro due ordini di problemi: come gestire in pratica l?uscita (cosa succede al mutuo, ecc.), e come guidare il paese nella fase di transizione (come contenere l?inflazione, come comportarsi rispetto ai partner europei, ecc.). Ne parleremo, promesso. Prima, per?, sgombriamo il campo da equivoci pericolosi.
(ndC: e il resto lo trovate nel libro tutto insieme, e ne parliamo, o ne abbiamo parlato qui, un pezzo alla volta)

Vogliamo entrare pure noi nella parrocchietta dei pro Barnard, pro Bagnai, pro vattelappesca? Te prego....
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